Rocchetta nel 500

Di LoRenzo Chiarlone

Il disegno risale agli ultimi decenni del Cinquecento.
È stato fatto da due tecnici inviati dallo Stato di Milano (al quale i nostri paesi facevano capo per certi aspetti amministrativi); dovevano valutare se le nostre zone avevano qualche interesse per il loro governo. 
Il governatore del Ducato di Milano, don Carlo d’Aragona, infatti ha mandato uno dei dottori del Magistrato, Giovanni Hurtado de Mendoza (dirigente spagnolo, in quanto Milano allora era sotto il dominio della Spagna, ti ricordi “I promessi sposi”…) e uno dei migliori ingegneri della città, l’ing. Clerici.
I due predisposero una relazione e le cartine del luogo, carte oggi conservate all’Archivio di Stato di Milano, che rappresentano interessantissime documentazioni iconografiche del nostro territorio.
Dopo aver percorso la zona, osservato tutto e ben valutato, i due dissero: “Belìn, se ci interessa! Questa è la porta della Lombardia, è un’area di grande importanza strategica per noi: qui arrivano gli itinerari dalla Lombardia (e dalle Fiandre) e immettono al mare; qui possiamo far passare eserciti e imbarcarli per Napoli (che era in mano alla Spagna), restando praticamente in casa nostra (da Carcare in giù, fino a Finale, infatti, era tutto territorio spagnolo).
Gli esperti, quindi, constatata l’importanza strategica della zona, soprattutto per il passaggio di truppe e mercanzie da e verso il mare, proposero al governo milanese-spagnolo di assicurarsi il dominio di tutto il nostro territorio, e non soltanto di una parte, offrendo al Ducato di Mantova – da cui dipendeva la parte di competenza del Monferrato – uno scambio dell’area valbormidese con l’estremo territorio cremonese.
Mendoza diceva che quest’area è discosta dalla marina “solo mezza giornata d’huomo a cavallo et una per la gente di guerra”. Infatti anche gli olandesi che oggi vengono volentieri, e magari si stanziano da queste parti, se chiedi come mai vengono qui, ti rispondono: “Perché c’è il mare qui vicino”.
E Mendoza concludeva: “Quindi è un loco non solo molto comodo per noi, ma necessario”.

Il segno nero al centro dell’immagine è dato dalla piega del foglio (che è rimasto li schiacciato per più di 400 anni).
Come qualcuno sa, il castello di Rocchetta è stato abitato fino al 1640. Nel disegno stilizzato si vede il ‘castrum’ integro, ancora con i tetti, le case del ‘burgus’ ai piedi del castello ed alcune abitazioni i basso, anche fuori della cinta muraria, lungo la strada.

A sinistra il più “moderno” centro rocchettese, che ha avuto origine nella zona dove al gente dal castello andava a pascolare le bestie, e lì ha iniziato a costruire i primi ripari, poi le case e poco alla volta tutti gli abitanti si sono trasferirti nel nuovo centro.
In questo nucleo si riconosce – dagli archi, tuttora esistenti – il fienile di Carlinu, nella zona della pompa (per chi la ricorda). Lì si vede la strada che sale, oggi via Maria Adelaide, un tempo larga, la via più importante, che portava in centro, in ‘Ciatza’ (piazza Albo Pretorio).

A proposito del castello, questo è medievale, costruito prima del Duecento. Infatti già nel 1172 qui venne firmato un accordo fra il Comune di Genova e l’imperatore Federico Barbarossa: non c’era lui in persona ma il suo uomo di fiducia, Enrico il Guercio.

Il castello rocchettese più antico, forse risalente al quinto secolo, era sorto in funzione difensiva dalle invasioni, costruito sulla roccia (quella ancora oggi denominata ‘ra Roca’ a picco sul fiume, da cui il nome Rocchetta).
Il fortilizio, detto Castellazzo, sorgeva nella zona della piazza di San Rocco, dove qualche anno fa era il Peso pubblico. Duranti scavi edilizi, negli anni Sessanta (ma anche prima), lì sono state trovate monete romane e altomedievali, pietre squadrate e segnate nonché punte di frecce (tutti reperti dispersi, che io sappia).

 Nel castello era anche il cimitero; ancora oggi affiorano frammenti di ossa nel bosco, nei pressi delle mura, ben riconoscibili, di quella che era l’antica sede parrocchiale.
Poi la parrocchia è stata trasferita “in paese”, ospitata nell’edificio dell’oratorio dei Disciplinanti (i ‘Batûy’) di San Bernardo, e il cimitero venne ricavato intorno alla chiesa (lo hanno confermato a suo tempo gli scavi durante la costruzione della casa di Fausto ed Carlétu, nella zona del campanile). Lì restò fino all’editto napoleonico (1804).

 In alto, verso i boschi, si vedono le vigne, ormai romantici ricordi…
In basso a sinistra, al di qua del Bormida, l’insediamento di Burc, tuttora esistente. Un tempo era dotato di una barca a fondo piatto (‘burchio’), da cui il toponimo.

 

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