Di LoRenzo Chiarlone

Come raggiungere il sito del “museo a cielo aperto” rappresentato dalle Cave di Salomone?
Bisogna fare una piacevole escursione fra la natura valbormidese.
Raggiungere Rocchetta e, sulla Statale, un po’ otre la Galleria, si svolta a destra in via Rango Libero, si prosegue con l’auto, che si consiglia di parcheggiare nello spiazzo a sinistra, prima della Moglia, dove c’è il mio vecchio furgone rosso (classe 1988!).
Poi si prosegue a piedi lungo la strada asfaltata.
Superati i gelsi regimati a capitozzo, che si vedono nella seconda foto, si gira a destra e, in cima alla salita, si svolta a sinistra verso il bosco, passando davanti a una casa bianca, dove sta Michele Astengo.
La strada in salita diventa sterrata e si inoltra nel bosco (terza foto). A sinistra è il bosco “di Zunchi” (dei giunchi), a destra il “Bric ed Ninoni” (il monte di Ilio Servetto, b.a.).
Guardando a sinistra tra le fronde, laggiù in fondo, si può vedere il campanile e il borgo del castello di Dego.
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Usciti dal bosco, lo scenario si apre sul “ciapè” e, sotto, si può vedere quanto resta della prima antica cava di pietra arenaria: suggestivi gradoni con i segni degli scalpellini (i “picapréya”) nella roccia da cui si estraevano i blocchi.
Massi di circa 30 quintali che venivano caricati sui carri trainati dai buoi e portati, ad esempio, a Savona, per la costruzione del Forte della Madonna degli Angeli (1881). Giancarlo Oddera ricorda ancora quanto gli raccontava suo nonno Iétu: partivano la sera da Rocchetta, viaggiavano tutta la notte, al mattino scaricavano la pietra e si avviavano per il ritorno. Verso mezzogiorno erano ad Altare, dove si fermavano per il pranzo all’osteria, poi tornavano a casa.
Da vicino le pareti rocciose intagliate sono molto suggestive!
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Proseguendo l’itinerario in salita, poco oltre si trova la parte di cava da cui venivano estratte le “bocche da forno”: spesse lastre di pietra a forma di arco – quelle individuate in un precedente post dalla rivierasca Angela Cascio (!), già docente in Val Bormida e ora dirigente a Quiliano.
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Un esempio di antica “bocca” dei forni di un tempo. In questo caso anche il coperchio è in pietra; poi verrà fatto in metallo.
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Qualche immagine di lavori in pietra arenaria rinvenibili dalle nostre parti.
La facciata della chiesa del Convento francescano di Cairo, con il portale seicentesco in arenaria. Le colonne del chiostro del Convento, con artistici capitelli, uno diverso dall’altro. Anche il portale del vecchio Asilo Oddera di Rocchetta è in arenaria (oggi sede dell’Avis)
Una chiave di volta della cappella duecentesca dei marchesi Del Carretto nella chiesa conventuale di Cairo. Sul medaglione lo stemma marchionale.
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Altri capitelli al Convento
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Nella chiesa parrocchiale di Rocchetta è in arenaria il portale (fine anni Trenta), le lastre del piazzale, la balaustra (che qui non si vede) e gli scalini.
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Nella chiesa di San Martino, alla periferia di Rocchetta, una colonna a base quadrata sorregge l’architrave del portico.
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Pure le spalline del Ponte Romano rocchettese sono in arenaria; da stabilire se proveniente dal cava o dalla stratigrafia rocciosa della collina vicina (priyae ed curs).
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In arenaria l’anello del pozzo del Convento.
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Della chiesa di Rocchetta aggiungo una foto un po più allegra.
La prima tomba costruita a suo tempo nel “nuovo” cimitero rocchettese è stata quella – in arenaria – della famiglia dal benefattore Luigi Agostino Oddera. Qui riposa la “Direttrice”: suor Teresa Antonietta Cocito, dell’Istituto savonese della Purificazione; lei originaria di Agliano d’Asti.
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In pietra arenaria il Monumento di Rocchetta.
99424017_1554659094694434_5443430646028435456_o.jpgChe qui vediamo in dettaglio.
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Colonnine in arenaria sulla facciata della chiesetta della Madonna degli Angeli ai Chinelli, progettata da Euro Peluzzi (fratello del pittore).
99384574_3460455524059356_1590842030873903104_n.jpgAnaloghe colonnine alle finestre della sua villa, quella vicino al campo sportivo; poi dei Molfino, ora Fadda.
99248962_1554662941360716_2079538416428515328_o.jpgAltro scorcio della villa dell’eclettico Euro Peluzzi (1881-1955).
100063331_1554664148027262_8841815040722993152_n.jpgAnche questa villa (Dotta, De Benedetti, poi Fadino) è stata progettata da Euro Peluzzi, sempre in stile neogotico – come peraltro la sua valle di Via Giotto a Milano (ora demolita). In tutte ci sono le colonnine in arenaria.
98330056_1554667264693617_8613472241142726656_n.jpgLa famosa Villa Joséphine presenta molti elementi architettonici realizzati in arenaria: oltre le colonnine della finestra, il poggiolo e le relative mensole, i gradini, i davanzali ad altro ancora. Nel Berceau vi era un tavolo rotondo con le sedie, tutto in arenaria.
98423593_1554668628026814_2180772509287186432_o.jpgPoi l villa Farine-Serra-Bertino è diventata sede delle Scuole.
Potremmo continuare a lungo con riferimenti ed immagini di elementi realizzati con l’arenaria della cava di Salomone. Cito solo le artistiche formelle che si possono vedere dalla strada sulla facciata della villa Mattioli, poi Cagnone, ora non so di chi sia…
Chi facesse un’escursione per visitare le cave di arenaria, oltre ai due siti indicati nei post precedenti, se prosegue per la strada verso il monte, dopo la salita arriva in loc. Rusei (da Luigìna); svoltando a destra prima del sito in cui sorgeva la casa di Batìta, e proseguendo ancora in salita per la strada più o meno praticabile, seminascoste dalla vegetazione si possono individuare – sia a destra che a sinistra – diverse altre aree in cui veniva prelevata la pietra.

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